Tre ragazzi hanno percorso con uno scopo solidale i 13mila km dell’antica Via della Seta

Da Modena a Ulan Bator il racconto del Mongol Rally dell’Ambulanti Team tre ragazzi hanno percorso con uno scopo solidale i 13mila km dell’antica via della seta

Un’autoambulanza, tre partecipanti, 13mila chilometri.
E un nobile scopo di solidarietà.
Questa, in estrema sintesi, è stata la grande avventura del Mongol Rally targato Ambulanti Team, equipaggio modenese che quest’estate ha affrontato l’arduo e suggestivo viaggio lungo l’antica Via della Seta. I componenti del team sono stati tre ragazzi tra i 23 e i 27 anni: il modenese doc Walter Morselli, la sassolese Alessandra Dallari e Alberto Grimaldi, padovano.


Il mezzo che li ha condotti attraverso 15 paesi, cinque catene montuose e tre deserti è stato un Fiat Ducato adibito ad ambulanza del 1997, acquistato da Morselli in marzo. L’obiettivo del viaggio era raggiungere Ulan Bator, capitale della Mongolia, e donare l’autoambulanza piena di beni di prima necessità (cibo, coperte, medicinali) alla Christina Noble Children’s Foundation, associazione che segue diversi progetti mirati a migliorare la vita dei bambini mongoli più sfortunati.

E questo è il racconto di Walter, leader del team e proprietario dell’autoambulanza.

IN EUROPA:

“Quando siamo partiti da Modena il 26 luglio, avevamo organizzato diversi eventi in tutta l’Europa dell’est. Il primo è stato in Polonia in un centro che ospita bimbi poveri e orfani. Poi ci siamo recati in Bulgaria, a Sofia. Siamo stati lì un giorno, trascorso al Beta House Sofia, un centro multiculturale, nel quale degli artisti di strada ci hanno dipinto l’ambulanza, e ci hanno consegnato fondi e materiale per il viaggio. Il giorno dopo siamo partiti di corsa e siamo andati in Turchia. Da lì, destinazione Georgia, dove abbiamo incontrato i primi problemi…”

GEORGIA, KAZAKISTAN, RUSSIA:

“Bisogna considerare che dalla Georgia in poi non esistono più strade asfaltate. Anzi, in alcuni casi proprio non esistevano le strade, neanche sterrate. Per passare i confini di questi paesi, i vigili e poliziotti della dogana senza chiedere il permesso ci prendevano del vino e delle lattine di energy drink. E una volta prese senza tanti complimenti queste cose, ci lasciavano passare. Evidentemente dalle loro parti funziona così: una “tassa”, meglio se alcolica, va lasciata obbligatoriamente per oltrepassare la dogana. In Kazakistan abbiamo percorso un deserto per 400 km. Tempo totale: 15 ore a causa appunto della mancanza di strade. Per stare nei tempi che ci eravamo prefissati abbiamo guidato giorno e notte. Talvolta ci fermavamo dai benzinai che incontravamo quasi per caso per alcune ore per aspettare i rifornimenti di diesel (che lì costa 30 centesimi al litro). Il bello di questo paese è il colore del cielo, specialmente nel deserto, attraversato di tanto in tanto da delle grandi e stupende aquile. La gente kazaka è socievole. Dopo 4 giorni di guida siamo arrivati in Siberia. Alla dogana tra il Kazakistan e la Russia ci hanno perquisito e tenuti fermi per 6 ore. È stata l’unica dogana che ha fatto dei controlli a tutto il nostro carico. Paura? No, bisogna solo lasciargli fare, dargli la possibilità di esprimere in qualche modo il loro “potere”.
Ci ha destato più preoccupazione la Siberia vera e propria. Siamo arrivati che era notte, eravamo in mezzo al nulla, col gps che non andava e senza alcun punto di riferimento. Dovevamo chiedere alle persone, con il problema dellalingua, poiché noi sapevamo solo qualche parola di russo imparata prima di partire per la minima sopravvivenza. Tra un’indicazione e l’altra siamo andati avanti, ma ci siamo persi 5 o 6 volte. Ma alla fine, orientandoci con alba e tramonto, siamo arrivati in Mongolia, paese della nostra destinazione finale”.

IN MONGOLIA

“Alla dogana altro momento -diciamo così- di disagio. Ci hanno tenuti fermi per non si sa quale motivo per ben mezza giornata. Per fortuna che i mongoli non sono come i doganieri mongoli: quelli che incontravamo nei villaggi sono tutti super socievoli, ti invitano a stare da loro, offrono di tutto. Noi in cambio gli davamo cibo, coperte e peluche. Ci è toccato bere questa bevanda con cui loro pasteggiano, che è un thè amaro, condito con latte di yak, un montone locale. Poi abbiamo attraversato il deserto del Gobi: anche lì, ovviamente, il gps non prendeva, quindi ci orientavamo col sole. Ad un certo punto abbiamo visto in lontananza un autobus, fermo. Abbiamo pensato potesse essere la nostra salvezza, perché un autobus per forza va in qualche città o centro abitato. Ci siamo avvicinati subito e…ci siamo impantanati in una palude. Ecco spiegato il motivo per cui era fermo. Abbiamo aspettato così un altro autobus, che potesse tirarci tutti fuori. E così è andata, ma il meglio, anzi il peggio, doveva ancora venire. Una volta fuori dalla palude abbiamo percorso 1400 km dietro in carovana coi due autobus, diretti alla prima città, per un giorno in mezzo, andando ai 120 km/h, senza fermarsi mai per il rischio di essere assaliti dai briganti. Poi ad un certo punto, erano le 6.00 di mattina, l’autoambulanza si è letteralmente disintegrata, bloccandosi in mezzo al deserto. I due ovviamente non si sono fermati, sempre per la paura dei predoni del deserto. Così siamo rimasti in panne, soli. Nel mezzo del deserto dei Gobi, dove non c’era assolutamente niente per chilometri e chilometri e in tutte le direzioni per 360 gradi.

Dopo alcune ore per riprenderci dallo “schock”, abbiamo cercato di smontare il motore e di pulire i filtri. Ma il Ducato era collassato totalmente: dell’olio era finito nel motore, le balestre erano rotte, il turbo era spiantato. Dalle 6.00 alle 18.00 sono passati tre veicoli: tutti si sono fermati e ci hanno aiutato. Solo il terzo, un camion, poteva trainarci e così ha fatto. Ci sono volute 9 ore per arrivare alla prima città, 9 ore in cui siamo stati investiti da una tempesta di sabbia e bucato ben 6 gomme.
Giunti nella cittadina, siamo immediatamente andati dal meccanico, che ci ha anche fatto notare che uno dei problemi era derivato dal diesel sporco messo al distributore del primo villaggio mongolo in cui eravamo stati. Il mezzo era arrivato alla fine dei suoi giorni, dopo 17 anni e 480mila chilometri, dei quali gli ultimi 12mila fatti nel Mongol Rally. Il meccanico però era intenzionato a comprarselo. Così, puntando sulle sirene e sugli abbaglianti ancora funzionanti, siamo riusciti a venderglielo per ben 1400 dollari americani. La somma è stata divisa tra le spese di trasporto del materiale fino a Ulan Bator e una quota per la Christine Noble Children’s Foundation.
Lasciata l’ambulanza, abbiamo raggiunto Ulan Bator in un mini van caricato con 20 persone e alcuni animali. Il viaggio, su sterrato, è durato 22 ore. Ma il 14 agosto, come previsto, eravamo nella capitale mongola. Siamo stati tre giorni al Blu Sky Ger Village, sede dell’associazione, dove abbiamo giocato coi bimbi, imparato con loro un po’ di mongolo e consegnato tutto il materiale che avevamo trasportato. L’associazione è rimasta molto soddisfatta. Penso che abbiano anche preferito ricevere i soldi derivanti dalla vendita del Ducato che il Ducato stesso”.

IL RIENTRO
“Io volevo tornare col treno, sulla Transiberiana, ma era già tutta occupata dagli studenti ricchi di Ulan Bator, che studiano in Russia e a fine agosto ripartono per l’inizio dei corsi universitari. Allora siamo rientrati in aereo, il 24 agosto, come prefissato, facendo scalo a Pechino e atterrando a Malpensa”.

“L’insegnamento più grande che mi porto da questa incredibile esperienza è la semplicità del popolo mongolo: loro chiedono tutto quello che noi possediamo, ovvero il benessere, mentre noi in Europa chiediamo tutto quello che hanno loro, cioè tempo e serenità.
Se a loro si rompe la macchina, aspettano due giorni e l’aggiustano, senza particolari patemi. E poi la maggior parte di loro vive senza acqua calda, elettricità e riscaldamento, ma non ne fanno un dramma”.

Foto e reportage dal viaggio di Walter, Alessandra e Alberto saranno presto disponibili sul sito www.ambulantiteam.it.

A. Socini
twitter@mo24it

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