L’Etiopia e’ un paese il cui popolo e’ in perenne cammino….
Lungo le strade, una moltitudine di persone si spostano senza sosta.


Gli uomini spesso accompagnati da un lungo bastone, il dulla.
C’e’ chi lo tiene dietro le spalle, mantenendo così un’andatura ritta ed entrando di diritto nell’immagine più evocativa del paese. Chi lo usa come sostegno durante il viaggio, chi come appoggio nella sosta.
Anche in chiesa il bastone e’ fondamentale perché fornisce il sostegno non essendoci panche; a forma di T , e’ chiamato  Tau.


Anziani e bambini, uomini e donne.
Sembra di assistere ad un eterno pellegrinaggio….
Lungo strade di campagna o ai bordi del nastro d’asfalto percorso dalle rare macchine e dai più numerosi pulmini.
Pochi turistici e molti per il trasporto di merce. Un popolo di camminatori forzati, grazie alla mancanza di mezzi pubblici o di collegamenti interni.  Qui le biciclette sono rare, solo in città si vedono, dove le strade sono piatte, moto ancora meno.


Le donne le vedi spesso cariche, il capo o le spalle coperti da merce. A loro sono lasciati compiti più pesanti: fascine di legna, acqua o raccolto. Le vedi curve sotto il peso camminare a passi piccoli e svelti, scendere dalle montagne.  Interi giorni di cammino per raggiungere il mercato o il villaggio. Scalze, per la maggior parte. Con un sandalo di plastica trasparente, più adatto per un bagno in mare, le più fortunate.


La povertà dicono…..
La povertà dell’Etiopia e’ tangibile, quotidiana.
Se in alcune aree del nord, come Gondar, non manca il cibo grazie alla presenza di acqua che favorisce i raccolti, nella regione del Tigray la siccità e’ ciclica e impoverisce sempre di più l’area già arida di per se. Qui si rasente la miseria.
Dove c’è acqua c’è vita d’altronde…..


Il terreno e’ arido, asciutto, comparso di sassi, dai sali e scendi che seguono le montagne. Camminare non è facile. Andare a procurarsi l’acqua o coltivare ancora meno.  Qui non vedrete antenne paraboliche, satellitari, telefonini o altre modernità tanto diffuse anche nei paesi più poveri.
Qui no.
Qui davvero la maggior parte della popolazione non possiede davvero nulla. Vestiti laceri tenuti insieme da centinaia di tentativi di rammendo. Un pasto al giorno quando va bene. Injera e lenticchie. E carne solo nelle feste più importanti.


Tucul di fango e paglia, un pezzo di terra ai più fortunati per coltivare, qualche bestia da far accudire ai bambini. Una scuola magari a 10 km, con classi di 100.
Logico in un paese dove l’istruzione non è obbligatoria e la media e’ 9 figli a famiglia. Nessun tipo di servizio igienico, qualche ambulatorio sparso qua e la per le problematiche più gravi. Il parto e’ in casa come l’infibulazione che è proibita ma viene quotidianamente praticata soprattutto nei villaggi.


Il governo sta cercando lentamente di porvi rimedio, costruendo strade, scuole e centri sanitari ove possibile. Ed inviando camminatori che radunano sotto gli alberi la popolazione ed insegnano le più elementari norme igieniche a partire  dal lavarsi le mani o ad adibire un piccolo recinto a bagno.


Un paese povero, dove struttura sociale e tradizioni ancestrali impediscono in molti casi l’evoluzione.  Non e’ un caso che i giovani finita l’università scappino in altri paesi. Il termine e’ corretto. Scappano. Non emigrano. Perché lo stato aiuta gli studenti meritevoli, offre delle borse di studio a coloro che hanno degli ottimi risultati. Ma chiede in cambio al termine degli studi che lavorino per lo stato. Un risarcimento a vita.


Un popolo in cammino….
Chissà se la meta e’ nota…….


Silvia Testa – Il Viaggiosauro


Foto scattate durante il mio viaggio in Etiopia a Marzo 2013

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