I ghat funerari lungo le rive del fiume Bagmati


C’è un luogo, in Nepal, che mi ha colpito particolarmente.  E non tanto per la bellezza, così diffusa in questo paese di montagna. Non per i templi o per gli stupa disseminati un po’ ovunque. Non per le vette che superano gli 8000, così ambite. Ma per la spiritualità che lo pervade, catapultando chiunque si ritrovi lì, in una dimensione mistica, quasi onirica.


E’ Pashupatinath, uno dei posti più sacri dell’intera valle di Kathmandu, riconosciuto universalmente come uno dei templi induisti più importanti di tutto il subcontinente indiano. Questo luogo, dedicato al culto di Shiva, dove i templi si ergono a venerazione ‘del signore degli animali e conservatore di tutti gli esseri viventi’, è anche teatro della maggior parte delle cremazioni dei morti indù. La similitudine con Varanasi, città sacra in India, è accentuata dal fatto che anche Pashupatinath si affaccia su un fiume sacro, il Bagmati.


Le cerimonie funebri si celebrano quotidianamente e non e’ raro assistere ai riti sacri che assistono il defunto nel suo ultimo viaggio. Per molti visitatori stranieri questa cerimonia è quasi dissacrante, irrispettosa. Anche per noi talvolta, così permeati dai princìpi cattolici e dal concetto di un aldilà celeste.


Ma se ci sofferma a guardare, ascoltare e capire, e si ha una buona guida che vi introduce nel concetto di vita e di morte Induista, troverete non solo affascinante questo momento, ma anche così ricco di spiritualità che non potrete fare a meno di commuovervi e portare con voi un ricordo dolce.


I riti funebri Indù seguono le linee guida dettate dai Purana, i testi sacri. Passo per passo guidano i cari a prendersi cura del defunto indicando come lavarlo e come vestirlo con abiti tradizionali nuovi. Il corpo denudato viene ricoperto da un telo – bianco per gli uomini e le vedove, rosso o giallo per le donne.
Pollici ed alluci vengono legati insieme e i parenti uomini portano sulle spalle il corpo deposto su di una barella fino al luogo di cremazione -chiamato Shmashana e  normalmente posto in riva al fiume, possibilmente attraversando la città e toccando i luoghi che per il defunto hanno avuto in vita un significato particolare.
Deposto verso sud, vengono rimossi i gioielli, la barella viene adornata di fiori. Canti e preghiere si levano intorno al defunto.


Il figlio maschio primogenito – se il defunto è il padre – accompagna con le preghiere il sacerdote. Ha il capo rasato e veste un abito bianco senza cuciture, come vuole la tradizione.
Il figlio dovrà fare tre volte il giro intorno alla pira funebre in senso antiorario, per poi accendere lui stesso i legni all’altezza del capo del defunto. Poi abbandonerà la cerimonia. Le donne raramente sono ammesse, e a volte si scorgono in lontananza osservare e piangere in una triste compostezza.


Quando il corpo avrà terminato di bruciare, anche ore dopo, i partecipanti alla cerimonia torneranno a casa, si laveranno e si vestiranno di bianco in segno di lutto. Puliranno casa da cima a fondo perchè anch’essa contaminata dalla morte, quindi impura.


Secondo la religione induista dopo la morte si rinasce , attraverso la reincarnazione in altro corpo. Le preghiere, i canti e i riti di cremazione eseguiti lungo il ghat favoriscono questo passaggio.
Il corpo diventa pertanto un involucro vuoto, esausto, svuotato da ogni sentimento, a cui non rivolgere la propria compassione, amore, disperazione. L’anima della persona cara non abita più in quel corpo.
Visto in quest’ottica, la cremazione non è più una profanazione. E’ un liberarsi di una scatola vuota.


Visto dalla riva opposta del fiume, in una giornata come altre, col silenzio rotto solo dal crepitio della legna e dal pianto composto,
questo rito mi ha colpita, commossa. E fatto riflettere. Vi auguro di poter assistere nel vostro viaggio, in religioso silenzio e con l’animo predisposto ad accettare e capire. E’ un’esperienza indimenticabile.


Silvia Testa – Il Viaggiosauro

Foto scattate durante il mio viaggio in India e Nepal 

 

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