Atterrata a Lhasa un po’ di amarezza mi ha assalito. Il Tibet e’ sempre stato un sogno, un viaggio più volte immaginato. Atterrare a Lhasa rappresentava il raggiungimento di una meta. Arrivando dalla Cina, da Chengdu, quasi nemmeno abbiamo fatto dogana. Appena varcata la soglia dell’aeroporto, mi sono girata per osservare l’aeroporto. La grande scritta rossa LHASA e il suo alter eg…o cinese, ti riportano coi piedi per terra. Siamo in Territorio Cinese, che ci piaccia o no.
In realtà il Tibet si rivela in tutta la sua bellezza solo a coloro che hanno l’ umiltà di ascoltare, guardare e perché no….stare in silenzio.
Lhasa in parte e’ stata violentata, snaturata, aggredita nella sua verginità di cittadina himalayana dalla “civilizzazione” cinese. Di fronte al Potala, dove c’erano le piccole e caratteristiche abitazioni che abbracciavano idealmente la residenza del Dalai Lama oggi c’e una spianata, con una piazza, che ricorda Piazza Tienanmen.
Per fortuna Lhasa riesce a resistere nel cuore della città, tutto intorno al Tempio del Jokang. Un fulcro sacro, un luogo mistico, dove la popolazione di tutto il Tibet accorre, affrontando un viaggio a piedi il più delle volte, lungo anche settimane. Una sorta di pellegrinaggio che raggiunge il suo apice nel Barkor, il quadrilatero che circonda il Tempio del Jokang, evidenziato ai quattro lati da incensieri che producono un fumo bianco che avvolge di luce mistica il paesaggio.
Ed e’ qui che vi consiglio temporeggiare, passeggiare senza fretta, fra le viuzze del Barkor, scivolando fra bancarella turistiche e non, che vendono un po’ di tutto, da piccoli amuleti ai denti d’oro, dalle candele di burro di yak ai mulini di preghiera.
E’ qui che incontrerete il Tibet. Nei sorrisi delle donne, nei capelli posticci intrecciati attentamente degli uomini.
Nelle variegate capigliature che identificano l’appartenenza ad una o ad un altra etnia. Nelle pieghe dei vestiti, nelle collane e nei coralli fra i capelli. Nel passo lento degli anziani, che pregano e ruotano i mulini.
Nelle genuflessioni ritmiche, nei piedi scalzi, nella serenità dei visi, nelle gote bruciate dal sole dell’altitudine.
E’ il vostro primo Tibet, prima di addentrarvi nel paese, superando altissimi passi per arrivare a paesini dai nomi impronunciabili.
Non sprecate l’occasione, tenete a freno l’istinto del turista, che si lascia abbagliare dalle bancarelle, dai colori, dalla superficialità, dalla parlantina dei cinesi trapiantati.
Passeggiate in silenzio, ascoltate, guardate, assaporate, intuite, godete della spiritualità che vi circonda. Sorridete e ricambiate i sorrisi, interagire non e’ facile ma il sorriso e’ compreso ovunque e vi avvicina alla purezza d’animo di questo paese.
Il Tibet e’ un’esperienza. Non e’ solo un “viaggio”
Silvia

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